Ora è l’influenza spagnola a fiaccare l’Europa e la sua finanza
Il fatto che ieri le Borse europee si siano aggrappate a un sondaggio politico-elettorale arrivato da Atene per risollevarsi un po’, dice molto della volatilità che caratterizza le Piazze finanziarie in queste ore. I partiti pro euro saranno pure in vantaggio nelle intenzioni di voto dei cittadini greci per il 17 giugno, ma ormai per gli analisti è quasi inutile cercare un unico epicentro della crisi
16 AGO 20

Il fatto che ieri le Borse europee si siano aggrappate a un sondaggio politico-elettorale arrivato da Atene per risollevarsi un po’, dice molto della volatilità che caratterizza le Piazze finanziarie in queste ore. I partiti pro euro saranno pure in vantaggio nelle intenzioni di voto dei cittadini greci per il 17 giugno, ma ormai per gli analisti è quasi inutile cercare un unico epicentro della crisi: il contagio, dopo la boccata di liquidità garantita dalla Bce, è infatti ripartito. Ieri il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha confermato che Bankia, istituto di credito nato dalla fusione di sette banche più pericolanti, sarebbe fallita senza un’iniezione di 19 miliardi di euro da parte di Madrid.
“Non lasceremo che nessun governo regionale o nessuna banca fallisca, perché semplicemente non possono – ha detto Rajoy in conferenza stampa – Se ciò accadesse, anche il paese cadrebbe”. Sempre il premier ha ribadito di non avere bisogno di aiuti esterni per le banche, per anni troppo esposte nella bolla immobiliare, salvo poi ammettere che “è molto difficile finanziarsi” in questo momento a causa delle tensioni sui mercati finanziari. Infatti più dell’andamento dei listini – ieri Madrid ha perso il 2,17 per cento, chiudendo a 6.401 punti, il minimo dal 27 maggio 2003, Milano ha chiuso a meno 0,74 per cento e Atene a più 6,8 – a preoccupare sono i rendimenti richiesti dagli investitori per acquistare i titoli del debito sovrano: il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi si è allargato fino a 437 punti, mentre lo spread tra Bonos spagnoli e Bund ha chiuso addirittura a 511 punti.
“Monti e Rajoy possono continuare a operare al meglio delle loro possibilità, sia sul fronte del rigore che su quello delle riforme, ma oggi più della metà dei frutti di tanti sforzi finisce nelle tasche dei detentori di titoli di stato”, commentava ieri Guy Verhofstadt, presidente dell’Alleanza dei liberali e democratici europei al Parlamento europeo. L’ex primo ministro belga si trovava a Roma per partecipare, insieme allo stesso Monti, a un seminario a porte chiuse organizzato dal Nicolas Berggruen Institute sul futuro dell’Ue. Per Verhofstadt esiste solo un modo per rompere il circolo vizioso in cui si trovano i mercati finanziari: “La mutualizzazione del debito tra gli stati membri”. Essere federalisti fino a qualche mese fa voleva dire essere tacciati di “idealismo”, ha scherzato con il Foglio Verhofstadt, animatore a Bruxelles dell’intergruppo in memoria di Altiero Spinelli, “ora è segno di pragmatismo”: “Secondo uno studio della banca d’affari Natixis, un sistema di Eurobond potrebbe far risparmiare ogni anno ai paesi dell’Eurozona 13,4 miliardi di euro in termini di interessi sul debito”. Tutte risorse liberate per la crescita o per allentare la morsa del risanamento: “Questo è l’unico firewall possibile. Meglio della Golden rule richiesta dal vostro premier Monti che rischia di annacquare il rigore e dividere il fronte che oggi preme su Berlino”. In attesa di ottenere gli Eurobond, la soluzione intermedia sarebbe quella di un “Fondo di redenzione” da 2,3 trilioni di euro, in cui far convergere il debito in eccesso al 60 per cento del pil di ogni paese. Il vantaggio principale? “Lo vuole l’Spd – nota Verhofstadt – e Angela Merkel ha bisogno del voto dei socialdemocratici per ha bisogno del voto dei socialdemocratici per approvare entro giugno il nuovo Fondo salva stati”. l nuovo Fondo salva stati”. Twitter @marcovaleriolp